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Aristofane - Le Nuvole

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Pagine LXII-402 - Formato 13x20 - Anno 1996

Note: A cura di Giulio Guidorizzi - Introduzione e traduzione di Dario Del Corno

Caratteristiche: rilegato, con sovraccoperta, testo greco a fronte
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Prezzo
Prezzo di vendita30,00 €
Prezzo di vendita IVA esclusa30,00 €
Descrizione

Note di Copertina

"Le Nuvole" vennero rappresentate alle Dionisie del 423 a.C., e si classificarono solo al terzo posto. Con dolore di Aristofane, gli Ateniesi non compresero questa commedia ricchissima. Chi la capì fu forse soltanto Socrate, che, secondo una tradizione, rimase in piedi durante tutto lo spettacolo, come a sottolineare che era proprio lui il personaggio satireggiato. Ad un certo punto, la scena si aprì, gli spettatori vennero indicati col dito e compresi in un solo spazio, che fondeva insieme lo spazio della realtà e quello della finzione.
"Le Nuvole" cominciano di notte. Si attende il giorno: il gallo ha già cantato; e subito la campagna - con un odore di mosto, di fichi secchi e di lana - invade il teatro. Aristofane sceglie di avvicinarsi a Socrate attraverso le parole di Strepsiade, il contadino rozzo e balordo: il testo ha trovate comiche di una bellezza vertiginosa - Socrate che misura la lunghezza dei salti della pulce, o risolve il problema se le zanzare cantino con la bocca o con il deretano -, dove la volgarità si trasforma in quel lirismo comico-fantastico, che Aristofane condivide con Shakespeare. Poi, a poco a poco, la commedia diventa un enigma, sempre più sfaccettato e complesso. Con l'aiuto di Dario Del Corno e di Giulio Guidorizzi, i lettori possono comprendere tutte le sfumature e le ombre del testo; e ammirare la bellezza della grande immagine delle Nuvole, insieme parodica e mitico-lirica, che appartiene al tesoro più segreto di Aristofane.


 

Indice - Sommario


Introduzione

Indicazioni bibliografiche

Forma della commedia

Nota al testo

TESTO E TRADUZIONE

- Sigla

- Le Nuvole


COMMENTO

Appendice metrica

Indice dei nomi

Indice delle cose notevoli

Indice delle parole greche


 

Prefazione / Introduzione

Dall'introduzione

"Non avere paura. L'isola è piena di rumori, di suoni e dolci arie che danno gioia e non fanno male. A volte mille e mille strumenti vibrano e ronzano alle mie orecchie; a volte sono voci che, anche se mi sono destato da un lungo sonno, mi invitano a dormire ancora. Allora, nel sogno, vedo le nuvole che si aprono e mostrano tesori pronti a cadere sopra di me - e quando mi risveglio, piango per sognare ancora" (Shakespeare, "La tempesta" III 2.,133-41). La tenerezza della rêverie irrompe nella scorza del mostro Calibano, lo compensa della tirannia di Prospero: provvisoriamente sembra allentarsi la ripugnanza del poeta per il selvaggio ignaro di civili costumi. A illudere la miseria del reprobo sono le nuvole: non da altre profondità che dal cielo può calare una speranza di bene - ma un ciclo senza nuvole, come quello che si stende sull'isola caraibico-mediterranea della sua prigionia, non è che un ciclo vuoto.
Lo sapeva, un paio di millenni prima, anche Aristofane: e le Nuvole discesero sulla scena di Dioniso, a sommuovere nella metafora del teatro la serenità impassibile del cielo ateniese. Al loro apparire, l'orizzontalità cittadina della commedia risulta infranta da un movimento verticale, che ha la forza dell'allegoria: il genere comico si apre al sospetto che ai suoi bersagli non sovrasti l'indifferenza di un firmamento neutrale, che anche la satira dell'attualità debba misurarsi con ipotesi metastoriche - come quelle che programmavano il travaglio degli uomini nel mondo della tragedia. "Sempiterne" si proclamano le Nuvole all'inizio del loro canto, quando ancora non si trovano alla vista degli spettatori, e il mistero di una voce arcana proietta il messaggio nella sacralità del puro ascolto: è la perentoria consapevolezza di essere convocate a impersonare in forma di coro lo scenario del confronto, che oppone il ritmo universale della natura alla misura umana di ciò che accade nel tempo della storia.
In questa dialettica la commedia rivendicava problematicamente la sua originaria connessione con i rituali ciclici della fertilità; ed essa innerva il teatro più alto di Aristofane. Ma al giovane drammaturgo delle "Nuvole" mancava ancora la sovrana maturità che regola la tensione fra l'idea e la scena negli "Uccelli" e nelle "Rane"; e le convenzioni dello spettacolo comico, fors'anche incrociandosi con altri intenti di sperimentazione, finirono per prevalere su quanto la calata delle Nuvole nell'orchestra sembra promettere, e non mantiene del tutto. Ai loro radi canti rimase comunque affidata un'intuizione artistica e teatrale di grande momento: l'apporto di una tonalità "lirica" a fare da contrappeso al meccanismo implacabile della comicità. Viene ancora da richiamare la sintonia con Shakespeare: il quale, senza che occorra chiamare in causa improbabili influssi più o meno diretti, scoprirà nuovamente che l'individualistica geometria dell'intrigo comico ammette, o esige, di interrompersi in quel contatto con l'universale che si conviene di definire "lirismo".
Ma, a prescindere da questa funzione strutturale, qual è il significato che Aristofane intese attribuire alle nuvole nelle "Nuvole"? Con parodistica solennità, lentamente entrano in scena ventiquattro coreuti, travestiti da donne a loro volta abbigliate da nuvole; e subito il trasformistico gioco di specchi sembra ironicamente celare un'ambiguità, che lungo il corso dell'azione si traduce nell'enigma stesso in cui la commedia dissimula il proprio obiettivo. A manifestare lo statuto equivoco del coro interviene la sua proditoria integrazione nella trama: non soltanto le Nuvole sono invocate da Socrate come antesignano del nuovo corso fisico e metafisico di cui si professa banditore, ma esse si compromettono fino a elogiare la determinazione di Strepsiade e a garantire il suo successo. E tuttavia nel finale della commedia tanta solidarietà si rivela fallace: le Nuvole si rivolgono contro il fresco adepto del loro culto, affermando di averne ordito i malanni per castigar-lo della sua disonestà, e ricondurlo al timor divino: ciò che, nei fatti, si risolve nell'incendio del pensatoio, ossia nella sconfessione e sconfitta dello stesso Socrate. La doppiezza della divinità era concetto familiare alla mente greca - senza che, forse, convenga lasciarsi sedurre dall'ipotesi di una parodistica parafrasi delle insidie, in cui l'oracolo tragico amava irretire le proprie vittime. In ogni caso, il dubbio risulta soltanto differito: perché convocare proprio le Nuvole a far da cornice all'avventura del sapiente e del balordo, da cui entrambi usciranno bastonati?
Alla soluzione di quest'aporia la critica ha dedicato congetture attendibili, a condizione di interpretarle non come verità alternative, bensì come complementari punti di vista. E indubbio l'effetto evocativo che collegava le nuvole alle speculazioni cosmologiche e meteorologiche del Socrate aristofanesco, dalle quali a sua volta dipende l'eversiva teologia che egli proclama di instaurare: e puntualmente quanto allusivamente, nella sua prima comparsa in scena, il sapiente medita sospeso a mezz'aria fra cielo e terra, là dove sono solite aggirarsi le nuvole. Ma tra gli elementi dell'universo le nuvole sono anche il più vagabondo e inafferrabile, sottile e inconsistente come il fumo - e come al retrivo buonsenso dei contemporanei appariva la speculazione di Socrate: secondo un'analogia che lo stesso sapiente non ha ritegno a enunciare, e che Strepsiade immediatamente ribadisce (v. 316 sgg.). D'altra parte, all'ironia di Aristofane non si addice la banalità di una simbologia a senso unico; e nella seconda parabasi (vv. 1115-30) sono le Nuvole stesse a dichiarare il rovescio della propria evanescente natura, presentandosi nella concreta veste di responsabili degli eventi atmosferici. Ma più clamorosa, nella prima e maggiore parabasi, riesce l'apostasi delle prerogative che Socrate ha delegato alla loro immagine: nell'atto di uscire dalla metafora scenica, paradossalmente le divinità del nuovo pensiero levano il proprio canto a celebrare gli dèi tradizionali, passandoli in rassegna con puntigliosa minuzia.

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